Viaggi

Che il valore aggiunto del viaggio sia la possibilità di sperimentazioni del sé mi pare non ci piova.
Che poi i viaggi migliori siano quelli in terre lontane con qualcuno che ci abita, mi pare che sia verità accetta ai più. Perché puoi entrare in altre realtà, sperimentare un te in vitro, ma in una realtà già esistente.
Che per più di 48 ore non si riesca a sfuggire ai propri problemi, che ti rincorrono e ti raggiungono, altra grande verità.
E io sono stata 4 giorni a casa di una cara amica in un paradiso chiamato genericamente Sicilia.

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Non troppo diverso dalla Calabria in cui ho passato splendide vacanze e weekend con la mia migliore amica.
Ma in una famiglia adorabile che mi ha aperto le porte e la cucina e le bottiglie di limoncello fatto in casa e ha preteso il bacio del buongiorno – che bello questo uso, mi mancava il bacio singolo.

Poi niente, una cosa banale, vedi questi posti, apprezzi il costo della vita, il calore delle persone, gli amici di amici che sorridono, fai un po’ di confronto con la città in cui vivi – che non é ancora la tua città – e guardi Benvenuti al Sud, e ti ricordi il calore del posto in cui sei cresciuto, e già alla prima immagine di sole, ti domandi perché.
“Io, com’è che vivi a Milano, ancora non l’ho capito”. Gesticolando molto, da buoni terroni, questa domanda retorica é la battuta del weekend.
E i casini noexpo non aiutano in questo senso, ma questo é un altro discorso,questo riguarda la fase storica di transizione dei valori che non saprei affrontare qui neanche volendo (l’utopia é rimasta ma la gente é cambiata, la risposta ora é più complicata).

Poi te lo ricordi.
Bisogna uscire di casa e allontanarsene per vedere tutto con più chiarezza, senza miopi sentimentalismi.
Lontano da madri e padri riconosciamo i nostri valori, le nostre speranze, le nostre ambizioni. Ci mettiamo alla prova e ristabiliamo una gerarchia valoriale. Altro che sperimentazione del sé in viaggio.
Lontano dal Sud vediamo se possiamo valere qual cosa, perché non é più il contesto a pregiudicarci le opportunità. E se non ne troviamo, e se ci viene il dubbio di non valere abbastanza, dobbiamo farci i conti. Accettare il nostro io per quello che può ottenere, o imporci quel metodo, quell’atteggiamento vincente decantato da tanti libri di personal branding (!).
Lontano dalla cerchia di amici cerchiamo di capire come stare bene e stabilire il baricentro del nostro benessere.
Continuerà a mancarci tutto da morire, ma bisogna staccare il cordone ombelicale per un po’ per poter crescere.
Siamo emigranti fortunati con la voglia di tornare indietro una volta che avremo fatto la famosa “esperienza”.
Perché le difficoltà che incontri fuori sono le stesse che avresti a casa.
Lavoro, stabilità, scazzi con gli amici, gestione della casa (perché tornare a stare con i tuoi non se ne parla), affermare il proprio sé con la famiglia così come con sé stessi, a dispetto dei ritmi esterni e dei bisogni altrui. I problemi che hai qui li avresti anche lì, un po’ diversi, ma più o meno… fa male uguale.

Fa sempre male. Ma ci farà bene.

Vero, dottore? 

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Vuoti e pieni.

Alterno fame per riempire vuoti e nausee per rifiutare situazioni e gastrite per smaltire acidità e frustrazione.
E no, anche se youtube continua a propormelo, non ho bisogno di contraccettivi-programmatori di gravidanze. -.-“””

Ok, però una volta che ve ne andate

Non é che uno se ne sta lì senza una spiegazione.
Cioè, se agisci per un obiettivo hai una ragione, e se non agisci, pure. O non hai una buona ragione per agire e quindi non agisci.
Quindi, se ve ne andate e non vi guardate indietro, abbiate il buon gusto di andarvene lì – – con una valida spiegazione di stupidità, no ste cose borderline che uno poi pare che deve tenere in considerazione e deve valutare bene e pensarci.
Non ve ne frega un cazzo? Bene. Andate a fregarvene un cazzo con coerenza.
Senza strascichi.

E poi arriva.

Arriva sempre quel momento, quello in cui devi smettere di rincorrere palloncini sballottolati da venti altrui. Quello in cui insegui il tuo, solo il tuo sogno. Quello che hai scelto – stai scegliendo – scegli consapevolmente ogni giorno – e lasci correre. Almeno le persone. Almeno quelle che non vogliono rimanere – contrariamente alle promesse – contrariamente alle premesse – in modo sciolto e indipendente dalle parole. Lasci andare, lasci vivere.
Decidi che smetterai di aprire casa, e preparerai solo un ottimo caffè, un modesto e accogliente salotto, per le brevi visite.
Perché arriva quel momento, quello in cui sei stanco e saggio per le esperienze, anzi, reso saggio dal vino in un attimo di estrema lucidità, e sai che pochi resteranno, e non dipenderà da cause esterne, dipenderà da un difetto di volontà, da un’incompatibilità di carattere che non é valsa la pena superare.
Ma che il salotto sia caldo e accogliente per chi di tanto in tanto tornerà, che il caffè e la torta che amorevolmente preparerai sappiano di casa, semmai volessero ripassare.
Perché dall’amica che non fa del tempo unità di misura, al fidanzato che ama di te una possibile proiezione di te, o di sé stesso, al potenziale qualsiasi cosa, prima o poi arriva quel momento in cui si parte, e non saprai perché, e tanto meno saprai per come arriva quel momento in cui ti arrendi e lasci correre.

Perché arriva, vero?

let her go…

Ricordi di treni, stazioni e viaggi.

[14/3 10:42] Ho visto un abbraccio bellissimo in stazione.
Una donna con un cappotto rosso che camminava svelta e sorrideva contenta, e un uomo con i baffi sale e pepe che la vedeva, lei gli ha buttato le braccia al collo e lui ha chiuso gli occhi sereno, la sua faccia diceva una cosa tipo “finalmente”. Belli da sorridere e ridere, mi sono nascosta per non far vedere che ridevo per loro.
Poi le ha riempito la faccia di baci.
Sono belle scene.

Ecco, volevo riprendermi questo ricordo. Innanzitutto é mio. E per ripescarlo non sono riuscita a scansare scatoloni di domande dolorose.
Ma.
Volevo metterci affianco una foto dei ragazzi davanti a me.
Lei gli fa una foto con il sole del tramonto che gli illumina il volto con una luce un po’ giallina.
Gliela fa vedere. Sorride. Bacia lo schermo del telefono.
Ok, Magari non era la foto appena fatta ma… quanta dolcezza c’è nel fare le parole crociate insieme, testa sulla spalla, braccia amorevolmente annodate?
Bravi ragazzi, ci si ama anche così.

(E cosa ne so io? Beh, qualcosa, giusto qualcosa, la so anch’io).

“Se lei se ne va, io resto una maniglia senza porta”.
Erri, certe parole fanno male che l’ultima volta ho dovuto smettere di leggere.

“No, dice, quello é ammore di malinconia, uno strofinaccio di lacrime e sospiri, uh quant’è scocciante. L’ammore nostro é un’alleanza, una forza di combattimento”.

Mezz’ora a fissare il soffitto.
Tutto rimesso in discussione nell’arco di mezz’ora.
Tutto.
Tre ore a camminare per Bologna. Per fingermi turista, cercando di passare inosservata (più del solito).
Per 4 scatti di poco valore con il cellulare.
Per dimenticarsi che ogni luogo é potenzialmente bello, ma la differenza la fanno i ricordi, le persone, il sentirsi di casa, il sapersi orientare.
A parte Napoli, ovvio, quella é bella sempre.
Un attimo per ricordarsi che gli amici sono la famiglia che ci scegliamo, e realizzare che chi non capisce groot é perché non ha amici come i miei. E questa é l’altra faccia della medaglia, del fatto che ho pezzetti di cuore sparsi in giro per il mondo.
E anche il silenzio ha fatto il suo sporco lavoro.
Peccato, solo, quel sottile ma inespugnabile desiderio di mandare a quel paese chi non mi capisce.
Chi crede di sapere. Chi pensa di riportarmi all’ “ordine”.
Ordine di cosa? E di chi?
Cosa c’è, c’era o c’è mai stato in ordine?

Quanto é strano prendere un treno diretto a Napoli e scendere a Bologna?