La condanna del relativismo.

Che io l’ho sempre detto che se un giorno io dovessi morire di morte non naturale sarebbe perché mi pongono a scegliere e io rispondo “é relativo”.
Intanto la lotta atavica tra assolutismo e relativismo mi ha già messo al tappeto diverse volte. E questo é un dato.
Perché gli assolutisti sono forti per antonomasia (beh, dipende), e i relativisti deboli come me non sono abbastanza sicuri che valga la pena avvalorare una tesi, studiando e discutendo.
Quindi la do vinta a tavolino e mi ritiro.
Che poi sia codardia, può darsi, sotto un certo punto di vista.
Ma a che vale fustigarmi per questo? In fondo sono fatta così. Facile essere forti quando si é forti. A che giova dire a me stessa che ho sbagliato? Se c’è rimedio perché disperare? E se non c’è rimedio perché disperare? Quel ch’é fatto é fatto.
Poi non ho capito perché essere fatti così dovrebbe essere una scusa per tutti tranne che per me.
Ma soprattutto, se sono fatta così dal mio punto di vista dovrei premiare la mia peculiarità e valorizzarla.
Riunirmi con i miei consociati e formare un partito, tipo. Però non prenderemo decisioni e quindi ovvio che no.
Cioè, anche la mia maledizione in cucina, che sono giorni che non ne cucino una giusta. Andiamo, non ci crediamo alle maledizioni.
Dipende tutto da una serie di eventi concatenati e non, che mi hanno impedito di dedicare il giusto impegno ed attenzione alla cosa. Ma giusto, per chi? Perché c’è chi tocca un uovo e quello si mette da solo in camicia, e io neanche più a metà riesco a romperli?
Certo, dipende dall’esercizio. Sono fuori esercizio.
Ecco, dipende.
Non sono neanche completamente stanca, sono stata peggio.
Però é megl ca me ne vac a durmì.

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Qualcosa che non va.

Ci deve essere qualcosa ancora di grosso che non va nella facilità che ho nel sentirmi sbagliata o responsabile.
Cosa fai quando guardi lo specchio e vedi qualcuno che ti sembrava di conoscere, e sì, in effetti la incontri tutti i giorni in autobus, ma chi sia e quale il suo senso ti sfugge.

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malinconia.

Il sonno è uno dei doni più preziosi della natura, un amico e un rifugio, un seduttore e un sottile consolatore. (Herman Hesse)

in verità nell’ultimo anno ho imparato che si può andare oltre la soglia del sonno.

che è una cosa che sconsigliano, per l’igiene del sonno. Bisogna assecondare il proprio orologio interno, dormire quando serve, quando si è stanchi.

In realtà, quando chiudo gli occhi per dormire, è come se avessi un velo, una coperta ovattata, che metto tra me e il mondo, e mi rifugio in uno spazio protetto. Lì riposo, mi dico che me lo sono meritata, e spesso è vero, e comunque il riposo se lo merita chi combatte, non solo chi vince.

A volte, però, è come se in quella nebbia io sbattessi le palpebre, e iniziassi a vedere meglio, e ritornassi attiva e sveglia, carica, più di prima.

In questo modo, volente o meno, ritorno sveglia.

Mi capitava quando volevo riposare ma a breve avrei incontrato una persona speciale.

Mi è capitato con l’eccitazione dello studiare quello che amavo, al master.

Mi è capitato quando dopo una settimana di lavoro bella densa, potevo andare con i miei amici, la famiglia che mi sono scelta, a ballare la musica che mi piace in un posto in cui volevo andare da un pezzo. Ma anche per una semplice birra.

Chiudo gli occhi, sbatto un po’ le palpebre, vedo il bello che mi aspetta, e dormire diventa… decisamente sopravvalutato.

Come col sonno, mi capita per la malinconia.

L’ho sempre interpretata come una nebbia in cui non riuscivo a sbattere le palpebre. non riuscivo a mettere a fuoco, ad andare oltre.

ho piegato ben bene la malinconia su se stessa, l’ho stirata, messa da parte. Poi addirittura in una busta sottovuoto mi sa. ogni tanto la tiravo fuori a prendere aria, giusto per 5 minuti, se proprio non potevo evitare. e poi di nuovo a sbattere le palpebre per guardare oltre, per vivere ore serene.

Stasera un improvviso cambio di prospettiva.

E se la malinconia fosse un cortile, un giardino, della mia anima, su cui non ho il coraggio di guardare per paura di vedere troppe erbacce e cose da fare che non ho il tempo di affrontare? e soprattutto la voglia, l’energia?

Perché per essere malinconici, affrontare il dolore, passarci attraverso e trovare la strada per uscirne: ehi, ci vuole una bella forza, tanta energia.

Anche il modo in cui scrivo: lo scrivere in sé  è una cosa che facevo da ragazzina – da malinconica? come se fosse una fase della mia vita, passata come può esserlo l’adolescenza, solo qualche rigurgito ogni tanto – e avevo un genere un po’ infantile e un po’ riflessivo pesante. Più un sacco di puttanate, eh, per carità. e poi ho deviato sulla leggerezza, sul “meraviglioso mondo” easy, su quel modo semplice di essere allegri che mi fa stare bene, e, a occhio e croce, mi fa piacere alle persone.

quel modo di fare che mi riscatta da un passato di “carina, intelligente, dolce, ma la simpatia non è il suo forte”.

quante storie che mi sono raccontata su di me negli anni, caspita.

E anche così, con questa deviazione, ho sbattuto le palpebre e ho guardato oltre. ho lasciato a terra la malinconia, che però mi rendeva una persona un po’ “meglio”. mi impantanava, mi intristiva, mi faceva piangere spesso, ma mi dava delle linee guida, dei paletti, un confine.

Confine labile che ho annullato in modo costante e quasi continuo in ogni relazione. Però c’era uno spazio.

Non ci ho guardato più, tutto in uno scatolo e via.

E quindi basta scrivere, perché delle cose allegre non viene mai in mente a nessuno di raccontare.

E ora… ora non so se è il caso di recuperare questa parte di radici.

Magari ritorna una me riveduta e corretta, chi lo sa.

Ma quanti anni ci ho messo per capire che i “buoni propositi” non sono altro che una parte dell’odio di me?

Alla malinconia

Nel vino e negli amici ti ho sfuggita,
poiché dei tuoi occhi cupi avevo orrore,
io figlio tuo infedele ti obliai
in braccia amanti, nell’onda del fragore.

Ma tu mi accompagnavi silenziosa,
eri nel vino ch’io bevvi sconsolato,
eri nell’ansia delle mie notti d’amore
perfino nello scherno con cui ti ho dileggiata.

Ora conforti tu le membra mie spossate,
hai accolto sul tuo grembo la mia testa
ora che dai miei viaggi son tornato:
giacché ogni mio vagare era un venire a te.