che brutto scherzo…

“Orfana di relatore” è una definizione che non esiste. Solo una voce su google, un’altra ragazza che su un forum, come me, era in ansia perché essendo defunto il suo relatore non sapeva a chi porre delle domande.

Intendiamoci, col mio relatore avevo un rapporto strano, forse non ci capivamo alla perfezione, ma avevo tanta stima di lui, ed è scomparso improvvisamente per un infarto, a 10 giorni dalle sedute di laurea. Povero, grande, professore. Ecco, quell’aspetto di conflittualità della stesura della tesi, di lui che mi correggeva l’uso delle virgole non tanto per errori ma per una questione di stile e gusto personale, di lui che non sopportava la d eufonica nonostante le regole della grammatica stiano sfumando ed evolvendosi (ora la d eufonica l’avrebbe accettata, ma solo ora)… quella conflittualità, dicevo, mi aveva permesso di non soffermarmi sul significato di questa fase.

Il traguardo. Ho faticato duramente, e finalmente prendo la laurea specialistica. Non sempre ho fatto del mio meglio, ma sempre ho stabilito una scala di priorità tra voto, tempo, conoscenze effettivamente acquisite. E siccome non sempre le conoscenze le acquisivo studiando, ma più spesso, forse, scambiando e condividendo conoscenze con i miei colleghi, la preparazione del percorso universitario non è eccellente.

Ora mi tocca dimostrare che il mio metodo di priorità ha valore e successo in seduta di laurea. Dimostrarlo non tanto “alla faccia di”, quanto “in onore di”. Devo dimostrare che il prof., buonanima, aveva ben riposto in me la sua fiducia, nonostante mi sia scappato qualche refuso nella tesi.  Dimostrare a me stessa che sono in grado di affrontare la “platea” di docenti. Superare la mia emotività e non sciogliermi quando, sicuramente, diranno qualche parola in Sua memoria. Portare con sicurezza ma anche senza troppa allegria il mio vestito rosso e nero preso, troppo presto, per la discussione. Dimostrare la mia – genericamente – bravura in quanto persona a cui il prof. ha accordato fiducia e dato attenzione, e in quanto sua allieva, e quindi rendendogli merito.

è stato improvviso, imprevedibile, sicuramente scioccante. Non ero una sua pupilla, non ho capito come avrei dovuto fare per diventarlo, l’ho già detto, non ci capivamo alla perfezione, ma ero riuscita a trovare il modo di impormi alla sua attenzione di filosofo, distratto, perso in mille pensieri e mille passioni e mille impegni che lo appassionavano, grazie alla mia costanza e tenacia. Non mi sono data per vinta quando in un’ora ha corretto solo 7 pagine per la gran quantità di errori su cui si fermava. Ho chiesto e accettato l’aiuto di una carissima amica, nonostante io, sulla scrittura, sia molto orgogliosa, perché comprendevo la priorità assoluta di renderlo soddisfatto del mio lavoro. Non mi sono indignata quando per l’ennesima volta mi chiedeva il mio nome e l’argomento della tesi, perché se n’era dimenticato. Non mi sono indignata neanche quando non si è reso conto che l’ultimo capitolo era stato chiuso abbastanza in fretta, tagliando delle parti che secondo lui sarebbero state interessanti: lo faceva per me, sapeva che sarei dovuta partire subito dopo la discussione per un master, sapeva che era importante, che era prioritario (per me). Quindi qualcosa di me se lo ricordava.

Poi, dopo aver concluso l’ultima correzione e firmato i frontespizi mi chiese qualcosa tipo “Signorina, ora che abbiamo concluso, non se la prenda, ma … perché questi occhiali così grandi? In fondo ha un viso piccolo, perché lo copre?” e io “per sdrammatizzare”. “sdrammatizzare cosa?”. “i vecchi occhiali mi davano un’aria troppo seria, volevo qualcosa che alleggerisse il viso”.

Non capiva, gli sembravano troppo grandi.

Mi ha raccontato della difficoltà per un tedesco di imparare l’italiano e viceversa. Almeno tre volte mi ha raccontato di quando ha conosciuto Baudrillard, “brutto come il debito”, con quegli occhiali spessi. E mi ha domandato tre volte, con lo stesso tono, nelle stesse frasi “perché, secondo McLuhan, cosa c’è in un medium?” e la prima volta esitai, e me lo disse lui, e le altre due ho risposto sicura “un altro medium“.

Siccome è morto a Berlino, non ho avuto ancora modo di dargli l’estremo saluto, e in qualche modo per me è ancora a metà strada. Non riesco ad accettare l’idea, e ieri che ero in facoltà volevo che entrasse in cortile con il suo loden verde e il cappello a tesa larga, o con uno di quei completi di cotone chiari, perché fa ancora caldo. Volevo beccarlo prima che andasse a lezione, perché ancora una volta non mi aveva risposto a un’e-mail, ma dovevamo stabilire il giorno in cui ci saremmo visti per parlare della seduta, volevo che mi aiutasse a preparare il discorso, che mi dicesse tra le righe che il lavoro poteva essere fatto meglio, ma avremmo mostrato il meglio, e che dovevo stare tranquilla, perché forse per la prima volta avrei mostrato la mia debolezza, la mia ansia, e volevo porgli delle domande che non avrebbe capito e ascoltare le sue risposte che non mi avrebbero illuminato subito, ma mi avrebbero dato qualche fiammifero per illuminare questa settimana di “passione” fino alla discussione. Volevo consigliargli un bel romanzo, Gli alberi hanno il tuo nome, di Alessandro Mari, e dirgli che Societing Reloaded lo stavo leggendo, ma non serviva poi molto al mio discorso. Volevo seppellire quella sorta di conflittualità delle correzioni, ma seppellire ora mi dà tanta tristezza. Volevo un ultimo insegnamento. Probabilmente mi ha dato un’ultima lezione da imparare da sola.

Una volta ho scritto qualcosa in merito al fatto che il condizionale è il tempo delle ipotesi, che ci fa piangere nello scontro con la realtà. Talvolta è il tempo dei rimpianti. il “Volevo” è il tempo di un rimpianto, di una perdita di tempo utile, delle lezioni che ancora non hai imparato per vivere.

E tutte quelle cose sul carpe diem, sul chi vuol esser lieto sia del doman non c’è certezza, del vivere il presente, vivere le persone, apprezzare il buono e cercare di cambiare il cattivo… sì, sono le solite cose che si dicono quando qualcuno muore. Sarà perché lo stimavo tanto, sarà perché era filosofo, sarà perché era un insegnate, sarà perché in qualche modo nel mio subconscio era una figura di riferimento, ma tutti questi insegnamenti mi sembrano molto più credibili ora, come se venissero da una sua lezione, una di quelle in cui si esaltava a raccontare fotogramma per fotogramma la scena di un film e finiva per farti lo spoiler, stringeva gli occhi, alzava un po’ la voce, e dava la sua deduzione. Come quando in un solo fiato mi disse “brutto come il debito” e mi venne da sorridere. Come se ora mi dicesse “carpe diem”.

Ho bisogno di salutarlo per poter procedere oltre, e pensare a come sarà tra una decina di giorni, la mia discussione, poi la partenza per Milano.

Ci ha improvvisamente e prematuramente lasciati il prof. Giuseppe Di Costanzo, professore di filosofia, filosofo lui stesso, critico (a quanto ho letto), cacciatore instancabile di refusi, scrittore di romanzi (per me un po’ criptici), innamorato di McLuhan, sicuramente critico della traduzione di Understanding Media in Gli strumenti del comunicare, amante della filosofia e letteratura tedesca, del calcio, orgoglioso di alcuni suoi tesisti, appassionato insegnante di scrittura, prodigo di attenzioni per chi lavorava bene. E’ riuscito a inserire Alex Giordano tra i docenti del Dipartimento di Scienze Sociali, anche se non so in che termini e per quanto tempo, e credo che molti studenti gliene saranno grati. Spero intimamente che qualcuno raccolga la sua eredità di passione per la conoscenza e per l’insegnamento, e che la terra gli sia lieve.

Ciao Prof.

Cercherò di farLe fare bella figura, farò del mio meglio.

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