Desiderio di resa

Resa. Arrendersi. Stanchi di “struggl-iare”. Tentazione di resa, o desiderio?
Perché è tutta una lotta (?).
Contro chi o cosa? Contro se stessi? Contro i propri limiti? Limiti come confini o come nemici?
Non voglio neanche domandarmelo, non voglio risposte. Ho voglia di dormire, di arrendermi. Ma anche la resa va progettata, va fatta per bene…

Il momento più difficile forse

è l’estate.
Non solo perché l’estate è un inganno. Non dura 3 mesi e non è solo quel libro delle vacanze, che fai dal primo settembre, magari dal 4, dal lunedì insomma, non è tutta vacanza.
L’estate è sofferenza, caldo e zanzare mentre comunque devi lavorare. Comunque lontano da casa, dalla tua famiglia. Comunque la scelta più leggera che ti tocca fare è “una settimana per due volte, per avere dei break, o due settimane vicine, per staccare completamente?”. E come si fa a decidere?  Comunque devi fare la cosa giusta, e non lamentarti. Non lamentarti che fa caldo, un caldo che ti sfotti di vivere, un caldo che ti leva ogni velleità di volontà, che non ne posso più di struggl-iare(Cit.), non lamentarti che ti mancano le vacanze vere, gli amici e le sagre, la Fiera enogastronomica di Taurasi la chiamano i grandi, per me era La Festa, dove quasi sicuramente c’erano di nuovo i Foja o qualcuno come loro, e “l’anno prossimo rimaniamo a dormire, eh, così si può bere liberamente”. Non lamentarti che non serve a niente, la felicità te la costruisci giorno per giorno, lì dove sei. La felicità è un lavoro a mani nude, scalare una montagna con le mani ferite E le zanzare che ti mordono i piedi, anche d’estate, altro che vacanza. Non sei mai in vacanza da te stesso e dalla costruzione di te stesso.
E poi qualcuno arriva, e con un silenzio potente, o altre parole, parole altre, ti grida addosso, addosso al tuo muro di silenzio, addosso alla tua torre d’Avorio, ricordati di sentire, ricordati chi sei, chi eri, ricordati la gioia. Che ora Tommaso Primo è anche su spotify. Eh, un altro mattoncino. Bisogna capire se devo aggiungerlo o levarlo. E forse per stasera va bene così.
Buonanotte.

Cucinare

Un giorno, uno solo, ti ho preparato la tavola per la colazione. E ancora non ho capito se tutto quell’impegno ti facesse tenerezza o pietà.

Io, che preparo da mangiare, più che cucinare.

(Mi raccomando, tutte uguali!)
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Che profumo…

Che profumo dolce di gelsomino ha questa primavera di malinconie.
Questa primavera che fa fresco al mattino e arde al primo pomeriggio. Che scopre le gambe e i pallori.
Che l’odore di pioggia è proprio come da bambina in campeggio quando si preparava il temporale.
Bella che sembra stupido non condividerla in due. Come se poi le altre stagioni non avessero del bello da condividere in due.
Bella che Milano é più bella, sembra un’altra, per me che non la conosco almeno.
Bella che anche chi é uso al bello se ne accorge, mi dicono.
Bella che ti vien da tirar fuori chi non se la sta godendo, fuori di casa, fuori dalla tristezza e sbattercelo dentro come in galera. Bella come la tristezza che non diventa lacrime ma capricci di sonno, perché sei stanco per le serate in cui te la sei goduta.
Bella come una tentazione.
Come la primavera fuori quando hai gli esami di stato, e trovi conforto solo nei compagni di sventura.
Ah già, parlavamo proprio della primavera.

Pagelle

Dicono che mi sto facendo grande.
Ma se vedo una pagella ancora la annuso da lontano, ci giro attorno e mi siedo lontano, di spalle. Ho una specie di attaccamento evitante con i complimenti, i riconoscimenti e l’autostima.
Ma ho un buco che si fa grande con me.
Mi faccio bruco appallottolato.
Mi faccio bebè in posizione fetale.
Più di ieri che avevo la mia mamma accanto, e no, non mi appallottolavo, la abbracciavo poco, da pari, con immenso amore.
Sorrido quando un profumo di primavera mi solletica il naso irriverente, mentre sono intenta a farmi paranoie per la mia incapacità di vivere alla mia altezza ideale.
Ché ci vuole più energia per farsi le pare che per immaginare la migliore versione possibile di sé, ma tant’è, son sempre lì a farmi le pare.
La primavera se ne fotte, lei entra sicura, ma l’amore da dare é tanto, e tanta ne é la fame, che a volte me ne dimentico, sembra sempre inverno, e invece no, “a maggio il mondo é bello e invitante di colori”, e nonostante le distanze sono contenta di avere i miei pezzetti di cuore in giro, e qualcuno lassù mi ama e non mi lascia mai senza qualcuno con cui valga davvero parlare, per dirsi cose, per scambiare, e ogni volta imparo sempre qualcosa, e magari chissà… no, dalla regia mi dicono che il buco non va chiuso per forza, che non c’è bisogno di affannarsi, e magari lo so pure io che dal buco entra la luce e il profumo di primavera….sì. una soluzione ci sarà, un equilibrio lo troverò, e la soluzione forse non sta solo nel Quando meno te l’aspetti, magari sta anche magari…il sonno mi prende e mi svia i pensieri, magari, dicevo, magari sta anche… finché pensi “magari” c’è la volontà, il desiderio, quello che ti fa camminare, come l’utopia, ancora un passetto più avanti – non mi sono mai fermata – un passetto, al massimo mi fermo un secondo a riposare – ma senza demolire – ecco sì, magari la soluzione é giocare, divertirsi.
Voglio ridere fino a dimenticarmi che ho un sorriso ebete sulla faccia. “Amore” col cazzo. Me la voglio godere, si ride e si sorride per tanti motivi!
Ma non so se é quello che volevo dire.

Non si dorme mai abbastanza

Se sei triste, perché il sonno é un rifugio.
Se sei teso, perché la tensione te lo sottrae, il sonno.
Se devi andare a lavoro, che te lo dico a fare.
E se sei allegro, perché hai di meglio da fare.

Tipo le prime sere che stai a mezze maniche sul balcone.

Anche se ci sarebbe, di meglio da fare.

(E a me piace vincere facile con le anafore).

Viaggi

Che il valore aggiunto del viaggio sia la possibilità di sperimentazioni del sé mi pare non ci piova.
Che poi i viaggi migliori siano quelli in terre lontane con qualcuno che ci abita, mi pare che sia verità accetta ai più. Perché puoi entrare in altre realtà, sperimentare un te in vitro, ma in una realtà già esistente.
Che per più di 48 ore non si riesca a sfuggire ai propri problemi, che ti rincorrono e ti raggiungono, altra grande verità.
E io sono stata 4 giorni a casa di una cara amica in un paradiso chiamato genericamente Sicilia.

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Non troppo diverso dalla Calabria in cui ho passato splendide vacanze e weekend con la mia migliore amica.
Ma in una famiglia adorabile che mi ha aperto le porte e la cucina e le bottiglie di limoncello fatto in casa e ha preteso il bacio del buongiorno – che bello questo uso, mi mancava il bacio singolo.

Poi niente, una cosa banale, vedi questi posti, apprezzi il costo della vita, il calore delle persone, gli amici di amici che sorridono, fai un po’ di confronto con la città in cui vivi – che non é ancora la tua città – e guardi Benvenuti al Sud, e ti ricordi il calore del posto in cui sei cresciuto, e già alla prima immagine di sole, ti domandi perché.
“Io, com’è che vivi a Milano, ancora non l’ho capito”. Gesticolando molto, da buoni terroni, questa domanda retorica é la battuta del weekend.
E i casini noexpo non aiutano in questo senso, ma questo é un altro discorso,questo riguarda la fase storica di transizione dei valori che non saprei affrontare qui neanche volendo (l’utopia é rimasta ma la gente é cambiata, la risposta ora é più complicata).

Poi te lo ricordi.
Bisogna uscire di casa e allontanarsene per vedere tutto con più chiarezza, senza miopi sentimentalismi.
Lontano da madri e padri riconosciamo i nostri valori, le nostre speranze, le nostre ambizioni. Ci mettiamo alla prova e ristabiliamo una gerarchia valoriale. Altro che sperimentazione del sé in viaggio.
Lontano dal Sud vediamo se possiamo valere qual cosa, perché non é più il contesto a pregiudicarci le opportunità. E se non ne troviamo, e se ci viene il dubbio di non valere abbastanza, dobbiamo farci i conti. Accettare il nostro io per quello che può ottenere, o imporci quel metodo, quell’atteggiamento vincente decantato da tanti libri di personal branding (!).
Lontano dalla cerchia di amici cerchiamo di capire come stare bene e stabilire il baricentro del nostro benessere.
Continuerà a mancarci tutto da morire, ma bisogna staccare il cordone ombelicale per un po’ per poter crescere.
Siamo emigranti fortunati con la voglia di tornare indietro una volta che avremo fatto la famosa “esperienza”.
Perché le difficoltà che incontri fuori sono le stesse che avresti a casa.
Lavoro, stabilità, scazzi con gli amici, gestione della casa (perché tornare a stare con i tuoi non se ne parla), affermare il proprio sé con la famiglia così come con sé stessi, a dispetto dei ritmi esterni e dei bisogni altrui. I problemi che hai qui li avresti anche lì, un po’ diversi, ma più o meno… fa male uguale.

Fa sempre male. Ma ci farà bene.

Vero, dottore?